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04 Settembre 2010

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TOUR NAPOLI ESOTERICA E MAGICA: PROGETTO ALENAPOLI TOUR

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi ...
Vieni con noi di ALENAPOLI Tour per visitare la Napoli sotto il profilo dell'Esoterismo e del Mistero con i suoi aneddoti e personaggi piu' rappresentativi: elementi che creano l'originalita' di una citta' rendendola unica al Mondo. La cultura greca, dove la gente partenopea ha origine avvicina molto i due mondi del sacro e del profano... in una mescolanza di modi di essere e di vivere il quotidiano.
L'itinerario si svolge lungo le strade ed i vicoli caratteristici dei Decumani Maggiore ed Inferiore, luogo misterioso che vide con l'Agora' la nascita della nuova citta' . . . chiamata per l'appunto Neapolis.
La nostra iniziativa nasce dalla richiesta sempre piu' incessante di voi turisti e lettori di saperne di piu' . . . sul cosa sono e come nascono le Anime Pezzentelle, alcune figure misteriose come la Bella ‘Mbriana e il Munaciello e, le leggende che circondano Castel dell'Ovo e personaggi esoterici come il Principe Raimondo de Sangro concludendo la visita nella ex-sede della Massoneria di Napoli nella Galleria Umberto I.
Grazie alla nostra collaborazione vivrete un'esperienza particolare, articolata in tre parti (Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, Cappella San Severo, Galleria Umberto I).
Principe Raimondo De Sangro figura esoterica napoletana
I Fantasmi di Napoli
Spettri, figure misteriose, rumori stridenti, atmosfere cupe e tanta fantasia; sono i fantasmi napoletani:

Il fantasma di Piazza san Domenico Maggiore
Lo spettro di Maria D'Avalos, uccisa dal marito Principe Gesualdo per via della sua relazione adulterina col duca Fabrizio Carafa, si farebbe notare secondo la tradizione popolare nei pressi di Piazza S.Domenico Maggiore, in prossimita' del Palazzo di Sansevero dove la donna fu uccisa.
Si dice che nelle notti di luna piena sarebbe possibile notare una evanescente figura femminile che, in vesti succinte e con i capelli mossi dalla brezza, si aggirerebbe dolente alla ricerca del suo amante Fabrizio.
Sarebbe altresi' udibile un sibilo simile ad un soffuso lamento.

Il fantasma dell'impiccato
In zona Corso Garibaldi, pare vi sia un condominio infestato dal Fantasma di un impiccato. La sua testa appare lungo le scale ed ha terrorizzato molte persone.
L'apparizione sarebbe da imputarsi ad un soldato spagnolo che fu impiccato dal popolo in rivolta.

Il fantasma di via Bovio
Lungo le strade che confluiscono nella piazza, appare lo spettro di una donna del Seicento.
Il suo Fantasma fugge disperato come se fosse inseguito.
Nessuno e' riuscito pero' a scorgere il suo volto e ad avvicinarla.
Si ritiene che l'apparizione sia quella di una donna violentata e poi uccisa dai saraceni molti secoli fa.

Il fantasma del Palazzo reale
Maria Carolina di Borbone, sposa di Ferdinando IV di Napoli, da' vita a sfarzosi ricevimenti nelle sale del museo di Capodimonte.
Nei saloni apparirebbero luci e misteriose figure.
Le danze sono accompagnate dal suono di antichi strumenti musicali.

Il fantasma di Palazzo Fuga
Questo antico palazzo, che alcuni secoli addietro ospitava i poveri della citta', secondo alcune indiscrezioni sarebbe ancora popolato da misteriose presenze: bagliori alle finestre, strane figure e lamenti animano questo luogo.

I fantasmi del Ponte Sanita'
Il ponte si trova in zona Capodimonte. Secondo alcune testimonianze, durante le notti piovose, sarebbero udibili i lamenti e i pianti di coloro che ivi si suicidarono

Il fantasma di via Marina
Lungo questa via appare lo spettro di un soldato della marina americana.
Costui apparirebbe (cosa curiosissima!) solo quando negli appartamenti della zona vengono preparate delle patatine fritte.
Biondo e con un amichevole sorriso, in testa porta la tipica bustina della marina militare.

Il fantasma della Chiesa di santa Chiara
Giovanna I d'Angio', regina di Napoli, fu uccisa nel 1382 nel castello di Muro per ordine di Carlo III di Durazzo che ne aveva invaso il regno. Poiche' ella aveva appoggiato l'antipapa Clemente VII, papa Urbano VI non le concesse la sepoltura in terra consacrata.
Ebbene, secondo una tradizione partenopea, ogni anno nella ricorrenza della sua morte, Giovanna apparirebbe nel chiostro della chiesa di Santa Chiara.
Secondo quanto si narra, avanzerebbe lentamente lungo i vialetti o rasente ai muri col capo chino.
Nel suo incedere, di tanto in tanto, farebbe qualche sosta sollevando lo sguardo. Una nota di colore vuole che la sua espressione sia cosi' terribile da determinare la morte di chiunque incroci i suoi occhi.
Una segnalazione che sembra molto legata alle leggende popolari della zona piu' che a qualche episodio concreto ma che vale tuttavia la pena di sottolineare

Il fantasma della basilica dell'Incoronata
In questa Basilica, in alcuni periodi dell'anno (ed in particolare durante la primavera), lungo le adiacenti gradinate appare lo spettro di una giovane ragazza in abito nuziale.
Ella avrebbe dovuto percorrere quei gradini per coronare il suo sogno d'amore ma, proprio nel giorno fissato per il matrimonio, mori' di tisi.
Curiosita': il Fantasma sembra apparire solo alle ragazze nubili.

Prenotazione: Per piccoli gruppetti possibilita' di prenotare almeno due giorni prima.

Orario escursione di mattina:
inizio tour alle 09:00 fino alle 13:00 ;
Orario escursione pomeriggio:
inizio alle 15:00 fino alle ore 19:00.

Il programma di visita puo' anche essere personalizzato in funzione delle vostre esigenze.

Seguiti da Guida Turistica vi addentrerete in luoghi pieni di MISTERO e di credenza popolare...

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IL RAPPORTO CON I DEFUNTI :"Io ero cio' che tu sei; tu sarai cio' che io sono"

Lucia e le anime pezzentelle, Chiesa di S.Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco - Napoli
Lucia l'anima pezzentella piu' prolifica di aiuti e ben voluta dai napoletani

Credenza popolare vuole che le anime pezzentelle il 2 novembre, nella notte dei defunti, tornino a fare visita alle case che hanno abitato.

Chi sono le ANIME PEZZENTELLE?
Per chi non lo sapesse, le anime pezzentelle, sono anime abbandonate, anime in pena, anime di teschi senza nome, ammassati nelle cave cittadine nel corso dei secoli. Anime in cerca di refrigerio (“refrisc ‘e ll'anime d'o priatorio: dai sollievo alle anime del purgatorio), anime a cui il popolo era, ed e' tuttora devoto. Anime a cui ci si rivolge per chiedere una grazia, la protezione dei momenti di bisogno, e in cambio si offrono preghiere, refrigerio dalle fiamme del Purgatorio.
La pratica suggestiva delle adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta o per voto o per fede, fecero nascere numerose storielle. Ed ecco che in un ambiente cosi magico non potevano non nascere le varie personificazioni delle "anime pezzentelle" , tra queste la figura di Lucia, una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra, principesse cavalieri. Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi attraverso racconti tramandatisi nel tempo; e' il caso del "monaco" (o' capa e Pascale) in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del "capitano", figura di riferimento emblematica del cimitero delle fontanelle o quella di "donna Concetta" nota piu' propriamente come "a' capa che suda". Altro aspetto significativo e' legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di "Pasqualino".
I bigliettini scritti in stampatello e le date di pochi mesi o un anno fa, ti ricordano che da queste parti non si aspetta Halloween per andare da Lucia, per parlare con i morti.
Ecco alcuni messaggi rinvenuti nei teschi:
"Principessa Lucia fai tornare mio marito a casa da me".
"Cara Lucia, fai guarire mio fratello da quella brutta malattia".
"Grazie principessa Lucia, il tuo capitano".
Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate. Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere...
Napoli 3/4/1944
La famiglia dell'Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi giorni dopo l'Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta con tanta fede da voi la bella grazia.

Lucia
In qualsiasi mese dell'anno, la nicchia dove c'e' il teschio di Lucia (ancora incorniciato nel suo velo da sposa) e' piena di bigliettini, preghiere, fiori freschi e di plastica, ex voto. E tra i fiori e gli ex voto, c'e' anche un vestito da sposa impacchettato e sistemato ai piedi della nicchia, la ragazza che fa da guida nell'ipogeo, spiega che era preso in prestito da ragazze povere, che altrimenti non avrebbero potuto permettersi l'abito bianco. La leggenda narra di Lucia, ragazza di nobile famiglia, forse morta mentre scappava da un matrimonio combinato oppure morta subito dopo il matrimonio. In ogni caso, una giovane e un amore finito male. E a lei le napoletane si rivolgevano (e tuttora si rivolgono) per ricevere una grazia . . .
Si rivolgono a lei, e alle altre anime pezzentelle, nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco o al Cimitero delle Fontanelle alla Sanita'.

Il Teschio del Capitano con "l'occhio nero" Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perche' le facesse trovare marito. Cosi' avvenne e, prima di andare all'altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l'occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affronto' e lo colpi' ad un occipite con un pugno. Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si reco' subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovo' con una delle orbite completamente nera. Si grido' al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il "Teschio del Capitano". In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.

'O Munaciello...

Molte sono le leggende popolari e i detti popolani sulla figura piu' esoterica e strana di Napoli
Il Munaciello personaggio esoterico napoletano

‘O Munaciello e' un personaggio imprevedibile ed e' temuto dal popolo per i suoi dispetti ma e' anche amato perche' a volte fa sorprese gradite che sollevano anche economicamente la situazione di una famiglia. Egli si manifesta come un vecchio-bambino che indossa il saio dei trovatelli, che venivano ospitati nei conventi. Amante delle donne, leggermente vizioso, e' solito in presenza delle giovani e belle donne palparle con un comportamento da "rattuso" ed in cambio di questo e/o dello spavento che il suo aspetto ripugnante procura a chi lo incontra lascia delle monete. In questo caso non bisogna rivelare a nessuno l'episodio, pena l'accanimento del Munaciello nei nostri confronti.

Vi sono due ipotesi sulla sua origine:
La tradizione narra che la “storia" delle origini del Munaciello: verso il 1445, epoca in cui Napoli era governata dagli Aragonesi, la bella Caterinella (Caterine Frezza), figlia di un ricco mercante, s'innamoro' di un bellissimo giovane garzone, Stefano Mariconda. L'amore fu contrastato dal padre di lei tanto che un giorno il ragazzo fu trovato morto nel luogo dove era solito incontrare Caterina. La fanciulla dal grosso dispiacere si ritiro' in convento dove in seguito diede alla luce un bimbo deforme. Le suore lo accudirono e gli cucivano vestiti monacali con un cappuccio per nasconderne le deformita'. Fu' cosi' che quando usciva dal convento per le strade di Napoli il popolo comincio' a chiamarlo “lu munaciello". Col passar degli anni gli furono attribuiti poteri magici tanto da farlo divenire una leggenda che oggi tutti i napoletani conoscono.
La seconda ipotesi vuole che il Munaciello sia il gestore degli antichi pozzi d'acqua che, in molti casi, aveva facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli che servivano a calare il secchio. Quando non veniva pagato per i suoi servizi egli si vendicava facendo dei dispetti agli abitanti della casa.
Secondo gli occultisti la storia di questo fanciullo e' pura invenzione del popolo che volle assegnare aspetti benevoli ad un individuo demoniaco. Infatti secondo la teoria esoterica il munaciello non era altro che una presenza demoniaca del male che, ricorrendo a doni, in realta' ingannava le vittime cercando di comprarne l'anima. Il popolo ha pero' esorcizzato la paura e ancora oggi aspetta la visita de ‘0 munaciello che puo' lasciare del denaro inaspettatamente senza chiedere nulla in cambio.

'A Bella 'Mbriana...

Nella credenza popolare napoletana e' lo spirito della casa e rappresenta uno spirito benigno.

La Bella Mbriana ... spirito benevolo della Casa Avere questa presenza nelle case significa benessere e salute. Di aspetto avvenente, regna, controlla e consiglia gli abitanti. Nel corso dei secoli, e ancora oggi, e' l'antagonista del munaciello. E' anche detta Meriana oppure Mberiana. La derivazione etimologica proviene dal latino: meridiana, il cui mariana indica l'ombra quasi a rappresentare un'ombra sotto cui ripararsi oppure indica il significato etereo dell'essere. A testimonianza dell'affetto dei napoletani verso questa figura, e' molto comune a Napoli il cognome Imbriani derivante, appunto, da 'Mbriana. Alla bella 'mbriana piace l'ordine e la pulizia e per questo una casa trascurata la rende irascibile. Quando si decideva un trasloco, si cercava di parlarne fuori casa, in modo da nn farla ascoltare per non tirarsi addosso le sue ire. In antico, si metteva a tavola un posto in piu' per lei e una sedia libera perche' poteva entrare 'A bella 'Mbriana e sedersi per riposare. Se tutte le sedie fossero state occupate la nostra Amica sarebbe potuta andar via con tutte le sciagure derivanti dalla mancata ospitalita'!

'A Janara...

nella credenza napoletana contadina, e' una specie di strega presente nei racconti popolari.
La Strega chiamata Janara nella fantasia popolare contadina napoletana

La Janara usciva di notte e si intrufolava nelle stalle dei cavalli per prenderne uno e cavalcarlo per tutta la notte. Completamente nuda e vecchia, una volta scoperta, aggrediva e addirittura sbranava le sue vittime. Aveva l'abitudine di praticare le treccine alla criniera del cavallo che aveva preso, lasciando cosi un segno della sua presenza. Tante volte il cavallo non sopportava lo sforzo immane a cui era sottoposto, e moriva di fatica. Contrariamente a tutte le altre streghe, la Janara era solitaria e tante volte anche nella vita personale di tutti i giorni, aveva un carattere aggressivo e acido. Per poterla acciuffare, bisognava immergersi completamente in una botte piena d'acqua per poi afferrarla per i capelli che erano il suo punto debole. L'etimologia porposta per il termine popolare jamara metteva in connessione tale nome con il latino ianua=porta, in quanto essa e' insidiatrice delle porte per introdursi nelle case. Per allontanarla si e' soliti mettere, davanti alla porta di casa una scopa di fascine; la janara e' costretta a contare i rametti sottili; intanto scompare la luna e, con essa anche il pericolo. Ancora oggi una piccola scopa, appesa alla porta o al muro di casa e' ritenuta uno "scaccia-guai".

Napoli e i suoi morti: dai numeri del lotto a un posto di lavoro . . . i regali dall'aldila'.
Cimitero delle Fontanelle del rione Sanita' di Napoli

Nell'antico cimitero delle Fontanelle del rione Sanita', di 3 mila metri quadri, sono conservati circa 40 mila corpi di persone morte per la peste del 1656. I crani delle Fontanelle sono adottati dai credenti. I personaggi fantasiosi che vi si trovano sono: - la statua acefala del Monacone; - Il cranio di Donna Concetta ; - Il cranio del Capitano. C'era una volta il «tiro a otto», cioe' il monumentale carro trainato da una flottiglia di cavalli nero-pece, di stazza enorme e capaci di muoversi solenni al ritmo della marcia funebre che accompagno' la salma di Toto' da Piazza del Carmine al cimitero. Altri tempi, altre esequie. Oggi un grande personaggio o un povero diavolo vengono accompagnati al cimitero a bordo di anonime station wagon, senza cavalli ne' fanfare dolenti. Eppure, il rapporto tra i napoletani e chi se ne va resta magico e suggestivo.

IL DIALOGO CON I DEFUNTI
«Guagliu', che cosa grande vi siete persi!», c'era scritto a caratteri enormi sul muro del cimitero di Poggioreale quando il Napoli con Maradona vinse il primo scudetto. Era la primavera del 1987, quel messaggio - tenerissimo verso i «guaglioni» defunti ed ex tifosi che non avevano potuto vivere lo storico trionfo - provoco' una sorprendente risposta: «Ma chi ve l'ha detto che ce l'amm' perza?» (Chi ve lo detto, che ce la siamo persa?), recitava la contro-scritta (a caratteri ancor piu' vistosi) che comparve la mattina dopo sul muro del cimitero addobbato a festa.
A proposito di calcio (e di complicita' fra i morti e i vivi), Napoli e' l'unica citta' al mondo in cui uno dei cimiteri piu' affollati, quello di Fuorigrotta, e' ubicato a non piu' di 80 metri di distanza dallo stadio san Paolo, lato curva B. Quando la squadra fa gol, nelle cappelle tutto sobbalza. Ed e' come se anche i defunti applaudissero al tripudio. Accaparrarsi un loculo a Fuorigrotta, che consente di partecipare da vicino (e per l'eternita') alle prodezze domenicali di Higuain, Calleion e Hamsik, resta il sogno segreto di molti tifosi in eta' avanzata.
Napoli e' anche il luogo in cui all'idolo Maradona e' stata issata un'edicola votiva identica a quelle dedicate a san Gennaro e ai santi, con fasci di fiori sempre freschi, lampade votive e altarino addobbato.
C'e' un filo vitale che tiene insieme chi se ne e' andato e chi ancora abita nei vicoli piu' antichi. In realta', nella citta' del Vesuvio vige la convinzione che chi muore non vada mai via sul serio (Eduardo de Filippo, nella commedia Le voci di dentro, parla con i defunti annidati sotto i mobili di casa): insomma, un po' di se' resta fra i vivi. E si manifesta nei modi piu' insoliti, magari con i numeri giusti suggeriti in sogno per un bel terno da nababbi. O con il posto di lavoro che a sorpresa illumina il nipote sfortunato ma prodigo di candelotti e giaculatorie.
Il luogo che meglio racconta la specificita' del culto funebre partenopeo resta il cimitero delle Fontanelle, che e' nel cuore del rione Sanita' (dove nacque Toto') e ospita i resti dei morti senza nome risalenti alla pestilenza del 1656: le cosiddette anime pezzentelle vagano in Purgatorio, in cerca dell'identita' perduta e di briciole di pace eterna.
Sebbene sia severamente proibito (nel 1969 il cardinale Corrado Ursi defini' la pratica «pagana e superstiziosa»), l'abitudine di «adottare» una fra le 40 mila anime pezzentelle li' custodite, cioe' di racchiuderne il teschio in un involucro e di prendersene cura in cambio di favori, grazie e intercessioni, resta assai diffusa tra i fedeli.
Sotto l'occhio severo delle «maste» (le donne anziane addette alla cura dell'ossario) l'adottante sceglie una capuzzella, la ripulisce, le depone una corona del rosario tutt'intorno. Se la capuzzella inizia a sudare, vuol dire che sta intercedendo. Se non suda, vuol dire che non elargira' grazie e va cambiata. Ma accade di rado, perche' il cimitero delle Fontanelle e' ubicato in una antica cava tufacea in cui l'alto tasso di umidita' produce gocce di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati.
Quando nel 1980, con il terremoto, il cimitero fu chiuso, i fedeli chiesero una deroga per entrare perche' - spiegarono ai vertici sbalorditi della Curia - «le anime purganti sollecitano in sogno preghiere urgenti». Divieti a parte, le adozioni impazzano.
I defunti, come declamava Toto' nella poesia A livella (La livella), «sono tutti uguali». Pero' alcune capuzzelle restano piu' famose di altre. E vengono adottate di piu': quella del Capitano, per esempio. O quella del Monacone. O quella della sposa Lucia, che annego' mentre aspettava lo sposo sulla scogliera.
Ogni teschio, nasconde una storia magica. E mille credenze. ‘A capa ‘e Pascale (il teschio di Pasquale) fa vincere al gioco del lotto. ‘A Capa d'o Capitano fa maritare una ragazza povera. ‘A capuzzella d'o nennillo (del bambino) garantisce pace tra le mura di casa. E cosi' alle capuzzelle i malati chiedono guarigione, le zitelle un matrimonio, i disoccupati un lavoro. E tutti pretendono i numeri, quelli per vincere al lotto e svoltare nella vita (come accade in Non ti pago, un'altra celebre commedia di Eduardo De Filippo).

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"Chiunque tu sia, o viandante, cittadino, provinciale o straniero, entra e devotamente rendi omaggio alla prodigiosa antica opera: il tempio gentilizio consacrato da tempo alla Vergine e maestosamente amplificato dall'ardente principe di Sansevero don Raimondo di Sangro per la gloria degli avi e per conservare all'immortalita' le sue ceneri e quelle dei suoi nell'anno 1767. Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all'opera divina e i sepolcri dei defunti, e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati."
(trad. it. di Maria Alessandra Cecaro)

Antica Stampa dell'interno della Cappella Sansevero - Napoli
Antica Stampa dell'interno della Cappella Sansevero - Napoli

Situato nel cuore del centro antico di Napoli, il Museo Cappella Sansevero e' un gioiello del patrimonio artistico internazionale. Creativita' barocca e orgoglio dinastico, bellezza e mistero s'intrecciano creando qui un'atmosfera unica, quasi fuori dal tempo.

Origini della Cappella
Le origini della Cappella Sansevero sono legate a un episodio leggendario. Narra, infatti, Cesare d'Engenio Caracciolo nella Napoli Sacra del 1623 che, intorno al 1590, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando dinanzi al giardino del palazzo dei di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, vide crollare una parte del muro di cinta di detto giardino e apparire un'immagine della Madonna. Egli promise alla Vergine di donarle una lampada d'argento e un'iscrizione, qualora fosse stata riconosciuta la propria innocenza: scarcerato, l'uomo tenne fede al voto. L'immagine sacra divenne allora meta di pellegrinaggio, dispensando molte altre grazie.
Poco dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, gravemente ammalato, si rivolse a questa Madonna per ottenere la guarigione: miracolato, per gratitudine fece innalzare, li' dove era apparsa per la prima volta la venerabile effigie (oggi visibile in alto sull'Altare maggiore), una “picciola cappella" denominata Santa Maria della Pieta' o Pietatella. Fu pero' il figlio di Giovan Francesco, Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria, che intraprese nei primi anni del '600 grandi lavori di trasformazione e ampliamento, modificando l'originario sacello in un vero e proprio tempio votivo destinato a ospitare le sepolture degli antenati e dei futuri membri della famiglia.
E' situata in pieno centro storico a pochi metri dalla piazza San Domenico Maggiore, ed e' accanto al palazzo di famiglia dei Principi di Sansevero, ma divisa da un vicoletto che era pero' sormontato da un ponticello sospeso che consentiva ai membri della famiglia di accedere direttamente alla Cappella.
Della fase seicentesca della Cappella Sansevero sono rimaste pressoche' inalterate solo le dimensioni perimetrali e la snella architettura dell'insieme, nonche' la decorazione policroma dell'abside; sono ancora visibili, inoltre, quattro mausolei nelle cappellette laterali, mentre altri di cui si ha notizia sono stati rimossi. L'attuale assetto della Cappella e la quasi totalita' delle opere in essa contenute, infatti, sono frutto della volonta' di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che a partire dagli anni '40 del '700 riorganizzo' la Cappella secondo criteri del tutto nuovi e personali.
Benche' molti particolari dell'aspetto seicentesco del tempio gentilizio ci sfuggano, e' certo che gia' allora esso dovette essere uno scrigno d'arte: lo testimonia, tra gli altri, la Guida di Napoli di Pompeo Sarnelli (1685), che defini' la cappella dei di Sangro “grandemente abbellita con lavori di finissimi marmi, intorno alla quale sono le statue di molti degni personaggi di essa famiglia co' loro elogi". Quel che e' sopravvissuto delle opere seicentesche conferma sostanzialmente tale impressione, anche se la magnificenza dei lavori settecenteschi mette in ombra quanto eseguito prima dell'attivita' mecenatesca di Raimondo di Sangro.
Sin dalle origini, dunque, la Cappella e' circonfusa di un alone leggendario: il racconto di d'Engenio Caracciolo e' certamente intessuto con particolari fantasiosi, ma la suggestione resta. Il ruolo avuto da Alessandro di Sangro nelle vicende edificatorie della Cappella Sansevero, peraltro, e' confermato – oltre che da diverse testimonianze d'archivio – dall'iscrizione posta sulla porta principale del complesso monumentale, che recita: “Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria destino' questo tempio, innalzato dalle fondamenta alla Beata Vergine, a sepolcro per se' e per i suoi nell'anno del Signore 1613".
Questa massiccia preponderanza di sculture e di parti architettoniche rappresenta probabilmente un “unicum" nell'ambito delle Chiese e delle grandi Cappelle (benche' questa sia sconsacrata).
Prima dare un'occhiata alle opere piu' rappresentative presenti nella Cappella bisogna precisare che essa presenta ben 4 chiavi di lettura:
- La prima e' quella religiosa . . . certo e' una Cappella . . . con statue e qualche dipinto di carattere religioso . . . eppure forse e' la meno importante.
- La seconda e' quella della rappresentazione della storia della famiglia del Principe e dei personaggi che piu' le diedero lustro.
- La terza e' quella artistica, per la presenza di fantastiche opere di grandi maestri, inserite in un contesto tutto barocco ed in un trionfo (quasi musicale) di marmi e stucchi.
- La quarta, la piu' misteriosa e per molti affascinante, e' quella esoterica in quanto il Principe avrebbe “fatto nascondere ma non troppo" nelle diverse opere i suoi principi e le sue conoscenze ermetiche ed alchemiche e qualcosa di vero certamente c'e' se si pensa alla persecuzione che il Principe subi' da parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Dunque nell'esaminare ciascuna opera cercheremo di evidenziare le diverse chiavi apparenti o nascoste . . . per quanto di nostra conoscenza.

Cappella Sansevero, panoramica dall'alto - Napoli Fasto settecentesco
Cappella Sansevero, panoramica dall'alto - Napoli 2018
La sistemazione seicentesca della Cappella rimase inalterata fino agli anni '40 del '700, quando pose mano all'ampliamento e all'arricchimento del tempio Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero. Segui' un periodo di grande fervore, in cui egli profuse nell'impresa forze e sostanze, impegnandosi con entusiasmo e competenza, chiamando presso di se' pittori e scultori rinomati, sovrintendendo personalmente alle fasi di lavorazione, scegliendo e talvolta realizzando i materiali. L'idea era quella di farne un tempio maestoso, degno della grandezza del casato, arricchendolo di opere di altissimo pregio pur senza alterare la primitiva struttura e cercando nel nuovo assetto l'idonea collocazione per i mausolei preesistenti. Fu cosi' che vennero alla luce opere come la Gloria del Paradiso, la Pudicizia e le altre statue delle Virtu', il Cristo velato.
La complessa personalita', la cultura cosmopolita, la genialita' di inventore, gli studi alchemico-scientifici, la militanza massonica, il sentimento radicato della storia fecero di Raimondo di Sangro un mecenate generoso, ma esigentissimo: ogni singola opera, infatti, doveva svolgere una funzione insostituibile nel progetto iconografico complessivo da lui immaginato, e ignoto probabilmente agli stessi artisti. e' per tale motivo che nella Cappella Sansevero, come mai in altro monumento, si avverte la presenza di una committenza che, sovrastando a tratti ogni singola presenza artistica, autorevolmente si impone infondendo energia, coerenza, suggestione, respiro europeo all'intero complesso.
Il principe di Sansevero mantenne a grandi linee la semplice struttura architettonica della fase seicentesca. La Cappella presenta un'unica navata a pianta longitudinale con quattro archi a tutto sesto per lato; il cornicione, costruito con un mastice di invenzione del di Sangro, corre lungo tutto il perimetro al di sopra degli archi. La volta a botte e' interrotta da sei finestre strombate che illuminano l'intera Cappella; all'altezza dell'abside, poi, si puo' ammirare il gioco illusionistico di una finta cupoletta.
Nel 1901 fu completata la pavimentazione in cotto napoletano, smaltato in giallo e azzurro – colori del casato di Sangro – in corrispondenza dello stemma gentilizio. Il bellissimo pavimento settecentesco, con l'enigmatico motivo a labirinto, realizzato con un sistema inventato anch'esso dal principe, ando' distrutto alla fine del XIX sec.: e' possibile oggi vederne un campione nel passetto antistante la tomba di Raimondo di Sangro. Da tale passetto si accede sulla sinistra a una scala che conduce alla Cavea sotterranea, che il principe ideo' ma non fece in tempo a vedere terminata.
Pianta Attuale della Cappella Sansevero - Napoli

Progetto iconografico
L'aspetto attuale della Cappella Sansevero risponde a un progetto iconografico ben preciso, ideato dal principe Raimondo di Sangro e posto in essere dagli artisti che lavorarono sotto la sua supervisione. Dall'ingresso principale si accede all'unica navata, in fondo alla quale si apre l'abside con l'Altare maggiore. Le due pareti laterali presentano quattro archi a tutto sesto, ciascuno dei quali accoglie un monumento sepolcrale, fatta eccezione per il terzo arco alla sinistra dell'ingresso principale, che sormonta l'accesso laterale, e per il terzo arco sulla destra, che immette nel passetto ove e' la Tomba di Raimondo di Sangro.
I mausolei ospitati nelle cappellette laterali sono intitolati agli avi illustri della famiglia di Sangro, mentre i gruppi scultorei addossati ai pilastri, che separano gli archi, sono dedicati alle donne passate e presenti del casato (salvo il Disinganno, eretto alla memoria di Antonio di Sangro, padre di Raimondo). Sono certamente queste ultime statue il fulcro dell'originale progetto iconografico del principe di Sansevero: esse rappresentano infatti diverse Virtu', tappe di un cammino iniziatico mirante alla conoscenza e al perfezionamento interiore. Non meno importante nel contesto simbolico complessivo e' poi il pavimento con il motivo a labirinto, ideato dal principe e realizzato da Francesco Celebrano: segno antichissimo, il labirinto rappresenta la difficolta' del percorso sapienziale.
Quanto al Cristo velato, capolavoro dell'arte mondiale, esso – nelle intenzioni del principe – doveva essere collocato nell'ambiente ipogeico da lui progettato, quella Cavea sotterranea destinata a ospitare anche i futuri sepolcri dei Sansevero, ma che non fu mai portata a termine cosi' come l'aveva immaginata il geniale mecenate (l'aspetto attuale della Cavea e' dovuto a interventi successivi alla sua morte). Il Cristo di Giuseppe Sanmartino avrebbe dovuto essere rischiarato dalla fiamma di un lume perpetuo, invenzione del principe di Sansevero anch'essa pregna di rimandi esoterici.
Il ricco simbolismo presente nelle opere della Cappella Sansevero, che per la sua complessita' non si presta comunque a un'interpretazione chiara e univoca, non esaurisce il significato del progetto disangriano: oltre che tempio di virtu' e dimora filosofale, la Cappella Sansevero e' anche e soprattutto un monumento ideato per esaltare il rango del casato e rendere immortali le glorie dei suoi membri. Non va dimenticato, inoltre, che nel commissionare i lavori agli artisti Raimondo di Sangro tenne presente la lunga tradizione teorica, plastica e figurativa che lo aveva preceduto: per fare l'esempio piu' evidente, quasi tutte le allegorie delle Virtu' prendono a modello i dettami iconografici dell'Iconologia di Cesare Ripa (1593), opera di cui – non a caso – lo stesso di Sangro finanzio' una monumentale riedizione in cinque volumi. Tuttavia, le Virtu' di Sansevero non recepiscono mai il modello passivamente, ma lo arricchiscono, lo modificano e se ne discostano per particolari piu' o meno evidenti, ma sempre significativi.
La creativa interazione tra Raimondo di Sangro e i suoi artisti ha reso la Cappella Sansevero un luogo inimitabile di arte, magnificenza e suggestione, alla cui realizzazione il principe dedico' gran parte della sua vita e dei suoi averi. A riprova della cura con cui egli elaboro' ogni dettaglio del suo affascinante progetto, si ricorda che nel suo testamento raccomando' agli eredi di non modificare nulla dell'assetto e dell'apparato simbolico da lui concepiti. e' per questo che si puo' senz'altro affermare che la Cappella Sansevero costituisce, piu' di ogni sua altra opera letteraria o invenzione, il messaggio lasciato da Raimondo di Sangro alla posterita'.

I Fondatori...

Alessandro e Raimondo di Sangro; i realizzatori della Cappella Sansevero
Il primo impianto fu realizzato da Alessandro di Sangro
Monumento ad Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria - Ignoto, meta' del XVII sec.

LA FAMIGLIA D'ORIGINE
I conti dei Marsi e di Sangro vantavano, come si puo' evincere dal loro stemma, una discendenza borgognona dallo stesso Carlo Magno. Inoltre la famiglia dei Sangro era molto legata al potente Ordine Benedettino, ed aveva avuto nei suoi ranghi, oltre ad abati ed altissimi prelati, anche i santi Oderisio, Bernardo e Rosalia e ben 4 Papi erano stati loro parenti. Innocenzo III (1198-1216), Gregorio IX (1227-1241), Paolo IV Carafa (1555-1559) e Benedetto XIII (1724-1730).

ALESSANDRO di SANGRO
Il Monumento ad Alessandro di Sangro, inserito in una nicchia alla sinistra dell'altare, ritrae il patriarca di Alessandria e arcivescovo di Benevento, figlio del primo principe di Sansevero Giovan Francesco di Sangro. Dubbia e' la paternita' dell'opera: l'impianto decorativo rimanda all'ambiente e al gusto fanzaghiani e, in base ad alcune testimonianze documentali, Oderisio de Sangro, storico della famiglia, ha proposto il nome dello scultore vicentino Gian Domenico Monterosso.
Il busto di Alessandro, rappresentato in vesti prelatizie, appare stilizzato; piu' riuscita la decorazione, con le agili colonne sormontate da capitelli compositi e i due angioletti adagiati sull'architrave. La lapide, dettata nel 1652 dal pronipote Giovan Francesco di Sangro, quinto principe di Sansevero, esalta la brillante carriera ecclesiastica del patriarca. Alessandro fu colui che – come ricorda l'iscrizione posta sull'ingresso principale della Cappella Sansevero – ricostrui' gia' nel 1590 dalle fondamenta e amplio' la “picciola cappella" voluta dal padre, facendovi celebrare una prima messa nel 1608 e destinando tale luogo a estrema dimora per se' e i propri discendenti.
Principe Raimondo De Sangro figura esoterica napoletana
Immagine del Principe di Sangro, uomo eccletico per ingegno e maestria che nel 1744 inizio' quello che oggi possiamo definire il suo capolavoro principale e cioe' il restauro e la risistemazione della Cappella familiare, oggi nota in tutto il mondo come “Cappella Sansevero" per la qual cosa chiamo' i piu' grandi (e costosi) artisti dell'epoca come vedremo in seguito.

BIOGRAFIA DEL PRINCIPE RAIMONDO
A causa della morte di sua madre, dopo poco nato, ne portera' per sempre nel suo cuore un grosso dispiacere e rancore che, evidenziera' con l'opera a lei dedicata: LA PUDICIZIA. Mentre un padre cosi' scapestrato fece poi vivere al ragazzo un'infanzia un po' disorientata con i nonni paterni che a 10 anni lo mandarono a studiare dai Gesuiti a Roma dove brillo' negli studi ed acquisi' una grande cultura di cui pote' far sfoggio quando, tornato a Napoli, primeggio' tra i Nobili dell'epoca che erano molto poco inclini al sapere ed alla cultura.
Ma le sue non furono solo conoscenze scolastiche in quanto si estesero anche ad altre discipline (eclettico inventore, anatomista, chimico, alchimista, anatomista) ed alle lingue antiche (sanscrito, aramaico, siriaco, greco antico, latino) e straniere (tedesco).
Gia' da studente mostro' le sue capacita' inventive. Infatti quando per uno spettacolo a scuola bisognava smontare presto il palco per consentire un successivo spettacolo equestre supero' “primi Ingegneri e valentuomini" creando un palco che “coll'aiuto di alcuni argani e di alcune nascoste rote" spariva in breve tempo.
Tornato all'eta' di 20 anni a Napoli, divenuta sede principale della famiglia, gia' con il titolo di VII° Principe di Sansevero, per la morte del nonno Alessandro, sposo' per procura la giovanissima cugina Carlotta Gaetani residente nelle Fiandre che conobbe pero' solo 6 anni dopo a causa delle continue guerre di quegli anni.
Per le sue conoscenze dell'arte militare divenne Colonnello del Reggimento Capitanata e nel 1744 mostro' il suo valore nella Battaglia di Velletri contro gli Austriaci dove inventando un cannoncino piu' leggero e dalla gittata piu' potente della allora usata bombarda diede una mano determinante alla vittoria borbonica.
Nel frattempo scriveva libri, che editava egli stesso nella tipografia che aveva fatto costruire negli scantinati del suo palazzo, frequentava le migliori Accademie letterarie e culturali dell'epoca ed approfondiva studi, ricerche ed esperimenti in materia chimica ed alchemica.
I suoi libri di chiaro stampo massonico venivano spesso censurati dalle Autorita' ecclesiastiche mentre la sua tipografia stampava libri di vario genere che nessuno pensava di pubblicare in Italia.

DISSERO DEL PRINCIPE DI SANSEVERO
Ecco cosa disse di lui Benedetto Croce:
“Ammazzo' sette cardinali e con le loro ossa costrui' sette seggiole, mentre con la pelle, opportunamente conciata, ricopri' i sedili" - Benedetto Croce - Storie e leggende napoletane -.
Per la gente del luogo era invece una specie di stregone ed ancora secoli dopo, al solo nominarlo, molti si facevano il segno della croce.
Wikipedia pero' lo definisce cosi' . . . semplicemente “Raimondo di Sangro (Torremaggiore 30.01.1710 – Napoli 22.3.1771) fu il VII principe di San Severo e studioso napoletano".

IL SUO CAPOLAVORO
Nel 1744 il Principe inizio' quello che oggi possiamo definire il suo capolavoro principale e cioe' il restauro e la risistemazione della Cappella familiare, oggi nota in tutto il mondo come “Cappella Sansevero" per la qual cosa chiamo' i piu' grandi (e costosi) artisti dell'epoca come vedremo in seguito. Sempre nel 1744 si iscrisse alla Massoneria ed in breve scalo' tutti i gradini della Loggia Napoletana divenendone il Gran Maestro. Questi sono pero' anche gli anni un cui, per impulso del Re Carlo III di Borbone, avvengono grandi scoperte archeologiche nelle aree soprattutto di Pompei, Ercolano e Paestum. Scoperte che per la loro straordinarieta' rafforzarono negli adepti della Loggia le loro convinzioni esoteriche. Ma Re Carlo III, suo amico, nel 1759 fu chiamato a regnare sulla Spagna per la morte del fratello maggiore e lascio' cosi' il Regno delle due Sicilie al giovane ed inesperto Re Ferdinando IV.

Bernardo Tanucci
Su consiglio del Ministro della Real Casa (e suo nemico), Bernardo Tanucci, lo fece arrestare perche' aveva affittato delle stanze del suo palazzo ad una bisca per pagare i debiti contratti con gli artisti e le maestranze che lavoravano per la Cappella. Dopo qualche mese pero' per le sue importanti ed aristocratiche amicizie fu liberato. Allora il Principe, per risolvere una volta per tutte i problemi economici, fece sposare il primogenito Vincenzo di Sangro con la principessa Gaetana Mirelli di ricca famiglia che gli porto' una considerevole dote che, non solo gli consenti' di non aver piu' debiti, ma anche di continuare l'opera di completamento di quella che possiamo definire . . . la ragione della sua vita . . .. I suoi ultimi anni li passo', oltre che nella cura della Cappella, suo amato gioiello, anche a studiare, a fare esperimenti ed ad inventare come vedremo piu' avanti. Mori' nel 1771.
La piu' importante opera del Principe Raimondo de Sangro e' certamente questa Cappella da lui abbellita ed arricchita da eccezionali opere d'arte.

Invenzioni di Raimondo di Sangro
L'elegante carrozza marittima mentre solca le onde di gran carriera, con tanto di cavalli e cocchiere L'elegante carrozza marittima mentre solca le onde di gran carriera, con tanto di cavalli e cocchiere.

Rinomato come scienziato e sperimentatore, nel corso della sua vita Raimondo di Sangro diede la luce a numerose invenzioni, con cui spesso di dilettava a stupire i propri contemporanei. Molte di esse sono andate perdute, anche perche' il Principe non amava descrivere i dettagli delle sue creazioni, ma sono ricordate in testi settecenteschi o attraverso gli scambi epistolari tra Raimondo e i suoi amici.
Tra le invenzioni piu' famose e' possibile citare:
Il Palco Pieghevole, realizzato per una esibizione nel cortile del Collegio Romano dei Gesuiti dove Raimondo, ancora diciannovenne, stava studiando nel 1729;
Il Lume Perpetuo (o lampada eterna), una lampada in grado di bruciare per tre mesi senza consumarsi. Sebbene l'opera non fu mai vista da alcun testimone, Raimondo la descrive accuratamente in una lettera mandata all'amico Giovanni Giraldi;
La Carrozza Anfibia o Marittima; una carrozza che poteva essere utilizzata normalmente per cicolare lungo le strade con cavalli veri e che all'uopo venivano sostutiti con cavalli in sughero e le ruote che tramite un sistema meccanico diventavano delle pale circolari a forma di ruote (veicolo ritratto in una stampa d'epoca tuttora esistente, perfettamente simile alla carrozza terrestre), azionate da personale nascosto, in grado di navigare, grazie alla quale stupi' i suoi concittadini nel 1770 solcando le acque del Golfo di Napoli senza bisogno di remi o vele;
Una Macchina Idraulica, con la quale sarebbe stato possibile far arrivare l'acqua a notevoli altezze senza l'aiuto di animali;
La Cura dei Tumori; singolare e' che certe terapie oncologiche attuali includano la somministrazione di sostanze medicamentose ricavate dalla ‘vinca rosea', il che attesta come la cura proposta dal di Sangro secoli or sono fosse certo avveniristica, ma evidentemente non cosi' assurda;
Un Cannoncino da Campagna (realizzato in metallo leggero, in sostituzione del bronzo che, allora veniva comunemente impiegato) che consenti' la vittoria dei Borbone contro gli Austriaci a Velletri nel 1744;
Un Archibugio (fucile a retrocarica, fabbricato a canna unica, in grado di sparare a polvere o «a vento», come allora si chiamava l'aria compressa);
Le Gemme Artificiali, praticamente indistinguibili dalle vere pietre preziose;
Una Mantella Impermeabile, difatti dall'epoca greco romana sino alla fine del Rinascimento, gli uomini tentarono di rendere impermeabili dall'acqua i loro indumenti spalmandoli di varie sostanze quali oli vegetali, gelatine animali e cere; nel diciassettesimo secolo, in Lombardia, per ripararsi dalla pioggia e dalla spessa umidita' delle nebbie era estremamente diffuso il “sanrocchino", un mantello di tela cerata ispirato come forma a quello classico dell'iconografia di San Rocco. Ma fu solo nel XVIII secolo che, attraverso l'impiego di stoffe solitamente bollite o spruzzate con altri materiali quali caucciu', guttaperca, paraffina, polvere di sughero e persino vernici da barca, si tento' di inventare seriamente dei soprabiti che si potessero chiamare “impermeabili" (dal latino “in-permeabilis", che non puo' essere attraversato) a tutti gli effetti. Cosi' verso la meta' del Settecento, il settimo principe di Sansevero, Raimondo di Sangro regalo' al Re di Napoli Carlo di Borbone una mantella impermeabile di sua invenzione affinche' potesse proteggersi dalla pioggia durante le battute di caccia. Come avesse trattato la stoffa della mantella rimase pero' un segreto, anche se qualcuno sussurra che avesse preso ispirazione dalle rozze e pesantissime cappe di tela cerata usate dai pescatori dei mari del Nord.
I Fuochi d'Artificio : si interesso' di pirotecnica per realizzare fuochi d'artificio policromatici, cosa che ad allora era una assoluta novita';
La Carta Ignifuga alla quale vi lavoro' creando un prototipo di carta ignifuga (un misto di lana e di seta, con la proprieta' di non prendere fuoco);
La Stampa Simultanea a Piu' Colori: avendo creato un laboratorio tipografico nel palazzo di famiglia era riuscito a scoprire (come descrive una fonte settecentesca) «un nuovo modo d'imprimere a una sola tirata di torchio, e a un medesimo tempo, qualsivoglia figura si' d'uomini, come di fiori, e d'ogni altra cosa variamente colorita».

La Gloria del Paradiso ...

e' la prima cosa che stupisce per il visitatore che accede nella Cappella.

e' la prima cosa che stupisce per il visitatore che accede nella Cappella
Nella Cappella sono presenti soprattutto sculture ed infatti gli unici dipinti sono: il soffitto affrescato da Francesco Maria Russo nel 1749 con le immagini allegoriche dei Santi della famiglia ed i medaglioni monocromatici con i Santi protettori del Casato.
L'affresco che copre l'intera volta della cappella, conosciuto come Gloria del Paradiso o Paradiso dei di Sangro, fu realizzato da Francesco Maria Russo nel 1749 e risulta essere una delle prime opere commissionate per la cappella da Raimondo di Sangro.
Si hanno poche notizie certe di Francesco Maria Russo, che risulta sconosciuto a Napoli prima dei suoi lavori al servizio del principe di Sangro. e' possibile che abbia studiato a Roma e che si sia trasferito in seguito nella citta' partenopea. e' certo che avesse gia' lavorato per Raimondo di Sangro nel 1743, affrescando l'antisagrestia della Cappella del Tesoro di San Gennaro.
L'elemento centrale del grande affresco, nel quale e' possibile notare un'ispirazione allo stile di Francesco Solimena, e' la colomba dello Spirito Santo, circondata da una serie di angeli e altre figure e da un impianto architettonico che sembra proseguire la decorazione delle finestre situate alla base della cupola. Tra una finestra e l'altra si trovano sei medaglioni in toni di verde raffiguranti i sei santi protettori dei di Sangro mentre al di sopra del presbiterio, separato dal resto della cappella da un grande arco a tutto sesto, e' disegnata una piccola cupola.
Per il suo affresco il Russo abbia utilizzato dei colori preparati appositamente da Raimondo di Sangro, che appaiono ancora oggi vivissimi e intensi dopo piu' di due secoli e mezzo pur non essendo mai stati restaurati, grazie all'uso di una pittura «oloidrica» che consisterebbe nell'uso, al posto della colla, di sostanze create dal Principe ed il cui segreto avrebbe portato nella tomba con se'.
Da ammirare inoltre i giochi di linee e colori che insieme alle ali degli angeli e alle proprie vesti che fuoriescono dalle pareti inducono, grazie ad un gioco di ombre, il visitatore ad una visione tridimensionale della volta.
Il Principe non rimase pero' soddisfatto dall'opera del Russo e lascio' indicato nel suo testamento di fare riaffrescare la volta della cappella dal miglior artista disponibile, desiderio che non fu pero' realizzato dal figlio Vincenzo.

Opere del '600...

commissionate da Alessandro di Sangro.

Monumento a Paolo di Sangro, quarto principe di Sansevero Monumento a Paolo di Sangro, quarto principe di Sansevero
Berardo Landini e Giulio Mencaglia, 1642
Il deposito funebre dedicato al quarto principe di Sansevero, morto nel 1636, e' unanimemente considerato il piu' suggestivo tra quelli seicenteschi presenti nella Cappella. Attribuito a lungo alla scuola fanzaghiana se non allo stesso Cosimo Fanzago, il Monumento a Paolo di Sangro e' in realta' frutto della collaborazione di Berardo Landini e Giulio Mencaglia, come documentano alcune fonti d'archivio portate alla luce da Eduardo Nappi, che hanno cosi' suffragato l'ipotesi precedentemente avanzata dalla critica Marina Causa Picone. Notevoli sono i marmi policromi con intarsi in madreperla e l'armonioso gioco delle lesene che incorniciano l'agile e vigorosa figura di Paolo di Sangro, lontana da fatui manierismi. Tra i motivi decorativi si segnalano due maschere dalla forma quasi vegetale, poste ai lati del sarcofago, e due piccoli busti di leone associati a un teschio e a una clessidra, chiari simboli di caducita'. L'iscrizione enumera le virtu' e le imprese belliche del defunto, nonche' le alte onorificenze di cui era stato insignito da Filippo IV, tra cui quella di cavaliere del Toson d'Oro. A conferma del pregio artistico del monumento, si ricorda che Pompeo Sarnelli ne pubblico' un'illustrazione – la prima nota di un'opera della Cappella – nella sua Guida di Napoli del 1685.

Monumento a Giovan Francesco di Sangro, primo principe di Sansevero
Monumento a Giovan Francesco di Sangro, primo principe di Sansevero
Giacomo Lazzari(?), prima meta' del XVII sec.
Rappresentato in vesti militari, Giovan Francesco di Sangro e' quel duca di Torremaggiore (nonche' primo principe di Sansevero) che – secondo il racconto di Cesare d'Engenio Caracciolo nella Napoli sacra (1623) – avrebbe fondato intorno al 1590 un piccolo sacello, primo nucleo di quella che sarebbe divenuta la Cappella Sansevero. Il Monumento a Giovan Francesco di Sangro fu realizzato con buona probabilita' da Giacomo Lazzari, anche se alcuni studiosi ipotizzano la paternita' di Michelangelo Naccherino. Sebbene presenti alcune affinita' stilistiche con il Monumento a Paolo di Sangro, quarto principe di Sansevero, il deposito di Giovan Francesco e' caratterizzato da una maggiore sobrieta': alla raffinatezza dei marmi policromi e dei pilastri decorati si associano la severita' e l'equilibrio della figura, rappresentata in posa altera. Morto ottantenne nel 1604, il primo principe di Sansevero fu un valoroso uomo d'armi, che prese parte a moltissime campagne in Africa e in Europa (combatte' come comandante di reggimento anche nella celebre battaglia di Lepanto del 1571). Il monumento e la lapide commemorativa furono commissionati dal figlio, Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria.

Monumento ad Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria
Monumento ad Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria
Ignoto, meta' del XVII sec.
Il monumento ad Alessandro Di Sangro venne realizzato intorno alla meta' del XVII secolo da un ignoto autore. L'avo, figlio del I primo principe di Sansevero, fu arcivescovo di Benevento e Patriarca di Alessandria, motivo per i quale e' ritratto in abiti ecclesiastici nell'ovale, incastonato in una nicchia incorniciata da colonne in marmi policromi, che sormonta il sarcofago. Le altre decorazioni presenti sono individuabili nei capitelli compositi e nei due angioletti sull'architrave. La lapide commemorativa, invece, esalta le doti di Alessandro celebrandone la carriera ecclesiastica.

Opere del '700...

commissionate da Raimondo di Sangro Principe di Sansevero.
La sistemazione seicentesca della cappella fu stravolta a partire dagli anni '40 del Settecento, quando il principe Raimondo di Sangro inizio' ad ampliarla e a commissionare diverse opere d'arte con cui arricchirla, al fine di creare un luogo che testimoniasse la grandezza del suo casato.
Negli anni successivi, il principe Raimondo ingaggio' artisti di fama internazionale quali

Antonio Corradini, Francesco Queirolo e Francesco Celebrano
e perfetti sconosciuti quali
Giuseppe Sanmartino e Francesco Maria Russo,
e vennero realizzati capolavori come la Pudicizia, la Deposizione, e il Disinganno dai primi e il Cristo Velato e la Gloria del Paradiso dai secondi. Raimondo impiego' buona parte delle sue sostanze, e in piu' occasioni dovette anche contrarre dei debiti, per portare a compimento la realizzazione della cappella. Era un committente generoso, ma anche molto esigente e spesso dirigeva personalmente i lavori, affinche' le opere corrispondessero pienamente al ruolo che era stato loro stabilito all'interno del grande progetto iconografico della cappella. In alcuni casi, fu lo stesso Principe a realizzare anche i materiali utilizzati, come per il cornicione sopra gli archi delle cappelle laterali o per i colori dell'affresco sulla volta.
Alla fine dei lavori, all'esterno della porta laterale della Pietatella fu posta una lapide, che riporta la data del 1767.
<< Chiunque tu sia, o viandante, cittadino, provinciale o straniero, entra e devotamente rendi omaggio alla prodigiosa antica opera: il tempio gentilizio consacrato da tempo alla Vergine e maestosamente amplificato dall'ardente principe di Sansevero don Raimondo di Sangro per la gloria degli avi e per conservare all'immortalita' le sue ceneri e quelle dei suoi nell'anno 1767. Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all'opera divina e i sepolcri dei defunti, e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati >>
(L'iscrizione presente sulla porta laterale della Cappella Sansevero)
Opera del Napoletano Giuseppe Sanmartino, Napoli 1753 Cristo Velato, opera magna di 180x80x50 cm.
Giuseppe Sanmartino (Napoletano 1720), Napoli 1753
Cristo velato Il Cristo velato e' una scultura marmorea di Giuseppe Sanmartino, conservata nella cappella Sansevero di Napoli. L'opera, realizzata nel 1753, e' considerata uno dei maggiori capolavori scultorei mondiali, ed ebbe tra i suoi estimatori Antonio Canova che, avendo tentato (senza successo) di acquistare l'opera, dichiaro' che sarebbe stato disposto a dare dieci anni della propria vita pur di essere l'autore di un simile capolavoro.

Monumento a Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, madre del principe di Sansevero
Monumento a Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, madre del principe di Sansevero
Antonio Corradini (Este, Prov. Padova 1688), Napoli 1751
La Pudicizia (anche detta Pudicizia velata) e' dedicata a Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, madre di Raimondo di Sangro, che mori' nel dicembre del 1710, meno di un anno dopo la nascita del figlio Raimondo.
La statua fu realizzata da Antonio Corradini, gia' autore del Decoro, del monumento al sesto principe di Sansevero Paolo di Sangro e dei bozzetti in creta di molte delle altre opere, delle quali aveva studiato l'iconografia insieme al principe Raimondo; l'artista, tuttavia, mori' nel 1752, anno di realizzazione della Pudicizia, come e' testimoniato da una lapide posta alla base dell'opera che riporta la scritta << dum reliqua huius templi ornamenta meditabatur dum >>.
La scultura raffigura una donna completamente coperta da un velo semitrasparente, cinta in vita da una ghirlanda di rose, che ne lascia intravedere le forme e in particolare i tratti del viso. Essa e' considerata il capolavoro del Corradini (gia' autore in passato di altre figure velate), del quale e' elogiata l'abilita' nel modellare il velo che aderisce con naturalezza al corpo della donna.
La composizione e' carica di significati: la lapide spezzata sulla quale la figura appoggia il braccio sinistro, lo sguardo come perso nel vuoto e l'albero della vita che nasce dal marmo ai piedi della statua simboleggiano la morte prematura della principessa Cecilia. Il tema della vita e della morte e' ripreso dal bassorilievo del pilastro su cui poggia la statua, raffigurante l'episodio biblico conosciuto come Noli me tangere, nel quale Gesu' risorto dice alla Maddalena di non cercare di trattenerlo.
Con tutta probabilita' la statua e' anche un'allegoria alla sapienza, con un riferimento alla velata Iside, dea egizia della fertilita' e della scienza iniziatica; questa associazione e' fortificata dal fatto che secondo una tradizione nell'antichita' nella medesima posizione in cui fu collocata la Pudicizia si trovava proprio una statua dedicata alla dea Iside. Va inoltre ricordato che il Corradini, oltre ad aver collaborato con Raimondo di Sangro nell'ideazione del significato iconografico della cappella, era a sua volta affiliato alla massoneria e doveva quindi essere bene a conoscenza della simbologia delle opere a cui lavoro' . . .

Monumento ad Antonio di Sangro, padre del Principe di Sansevero
Monumento ad Antonio di Sangro, padre del Principe di Sansevero
Francesco Queriolo, (Genova 1704) Napoli 1753-1754
Il disinganno, opera dello scultore genovese Francesco Queirolo realizzata tra il 1753 e il 1754, e' uno dei capolavori che decorano la magnifica cappella Sansevero a Napoli. L'opera fu commissionata da Raimondi di Sangro, principe di Sansevero, che voleva dedicarla al padre Antonio, un uomo che condusse una vita dissoluta fino alla vecchiaia, quando invece abbraccio' una vita all'insegna di una stretta morale cristiana.
Sul Queriolo ebbe una particolare influenza Antonio Corradini, dal quale eredito' la grazia rococo' ed apprese lo straordinario virtuosismo tecnico per rendere nel marmo la trasparenza e la morbida pittoricita' dei panneggi.
A Roma esegui' le statue di San Carlo Borromeo e di San Bernardo sulla facciata di Santa Maria Maggiore, il busto di Cristina di Svezia (del 1740); la statua dell'Autunno sulla Fontana di Trevi (del 1749) e il sepolcro della duchessa Grillo in Sant'Andrea delle Fratte (del 1752).
Nel 1752 si trasferi' a Napoli dove lavoro' principalmente alla decorazione della Cappella Sansevero che oggi e' il simbolismo artistico settecentesco: e con la sua opera del Disinganno, realizza un vero capolavoro del trompe l'oeil in scultura.
Il gruppo scultoreo rappresenta un uomo avvolto da una rete, mentre un angelo lo sta liberando: la rete simboleggia il peccato, e l'angelo sta quindi aiutando l'uomo a liberarsi dal peccato, per quella che a tutti gli effetti e' un'allegoria della vita di Antonio di Sangro. L'angelo ha sul capo una fiamma, simbolo dell'intelletto, e indica il globo ai suoi piedi che invece rappresenta i piaceri mondani. Davanti al globo osserviamo invece la Bibbia, chiaro simbolo della fede. Perche' quindi allegoria del disinganno? Perche' i piaceri mondani sono visti come, appunto, un inganno, e la fede e l'intelletto aiutano l'uomo a liberarsi dall'inganno della mondanita', e quindi del peccato.
Si tratta di una scultura che colpisce per il suo incredibile virtuosismo, evidente nella rete: e' una delle opere piu' virtuose di tutta la storia dell'arte. La rete, realizzata con formidabile ed eccezionale abilita' tecnica, sembra appartenere allo stesso, unico, blocco di marmo a cui appartiene il gruppo intero. Si racconta un aneddoto: pare che Queirolo avesse affidato il gruppo ad alcuni collaboratori per la finitura e la lucidatura. Tuttavia questi avrebbero rifiutato l'incarico per timore di rompere la delicatissima rete che avvolge il corpo dell'uomo: si dice quindi che Queirolo abbia condotto in prima persona tutti i lavori di finitura dell'opera.

Cristo Velato...

E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo.

Cristo Velato . . . opera Magna di Giuseppe Sanmartino 1753
Monumento di Giuseppe Sanmartino Napoli, 1753
Giuseppe Sanmartino, (nato Napoli 1720) Napoli,1753

Storia e descrizione: Il volto del Cristo
L'incarico di eseguire il Cristo velato fu in un primo momento affidato allo scultore Antonio Corradini; tuttavia, deceduto da li' a breve, questi fece in tempo a realizzare solo un bozzetto in terracotta oggi al museo nazionale di San Martino. L'incarico passo' cosi' a Giuseppe Sanmartino, a cui venne affidato l'incarico di produrre << una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesu' Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua >>.
Sanmartino realizzo' quindi un'opera dove il Cristo morto, sdraiato su un materasso, viene ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle sue forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell'esser riuscito a trasmettere la sofferenza che il Cristo ha provato gli attimi prima della Crocefissione attraverso la composizione del velo, dal quale si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito. Ai piedi della scultura, infine, l'artista scolpisce anche gli strumenti del suddetto supplizio: la corona di spine, una tenaglia e dei chiodi.
Matilde Serao ci restituisce una descrizione assai vivida del Cristo:
<< Sopra un largo piedistallo e' disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. E' grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell'eta'. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell'agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e piu' dolorose lagrime. In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello [...] E piu' nulla. Cioe' no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pieta', ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce >>
La firma dello scultore, infine, e' apposta sul retro del piedistallo, sotto il materasso: << Joseph Sammartino, Neap., fecit, 1753 >>.

Leggenda del velo
La magistrale resa del velo, << fatto con tanta arte da lasciare stupiti i piu' abili osservatori >> (per usare le stesse parole del principe di Sansevero), ha nel corso dei secoli dato adito a una leggenda secondo cui il committente, il famoso scienziato e alchimista Raimondo di Sangro, avrebbe insegnato allo scultore la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo. Da circa tre secoli, infatti, molti visitatori della Cappella, colpiti dal mirabile velo scolpito, lo ritengono erroneamente esito di una "marmorizzazione" alchemica effettuata dal principe, il quale avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio velo, e che questi si sia nel tempo marmorizzato attraverso un processo chimico.
In realta' una attenta analisi non lascia dubbi sul fatto che l'opera sia stata realizzata interamente in marmo, e questo e' anche confermato da alcune lettere dell'epoca. Una ricevuta di pagamento a Sanmartino in data 16 dicembre 1752, firmata dal Principe e conservata presso l'Archivio Storico del Banco di Napoli, recita infatti:
<< E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo. >>
Lo stesso di Sangro, in alcune lettere, descrive il velo come realizzato dallo stesso blocco della statua, senza l'utilizzo di nessuna escogitazione alchemica.

Estimatori
Gia' nel Settecento numerosi viaggiatori, anche illustri, si sono recati a Napoli per ammirare la statua. Si racconta che Antonio Canova ne rimase cosi' colpito che avrebbe scambiato dieci anni della propria vita con l'essere l'autore di tale opera e durante una sua visita a Napoli provo' anche ad acquistarla.
Tra gli altri estimatori del marmo e' possibile ricordare il marchese de Sade, che elogio' << il drappeggio, la finezza del velo, la bellezza del ricamo da sembrare fatto a mano, la regolarita' delle proporzioni dell'insieme >>, Riccardo Muti, come testimonia l'immagine del Cristo velato scelta come copertina del Requiem di Mozart da lui diretto, Matilde Serao, lo scrittore Hector Bianciotti che fu colto da una sindrome di Stendhal mentre ammirava il velo << piegato, spiegato, riassorbito nelle cavita' di un corpo prigioniero, sottile come garza sui rilievi delle vene >>, e infine il poeta siriano Adonis, che ha ritenuto il Cristo velato << piu' bello delle sculture di Michelangelo >>. Vale la pena ricordare anche che la regione Campania nel 2008 scelse il volto del Cristo per rilanciare l'immagine di Napoli.

Le Macchine Anatomiche...

<< [...] fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene. >>
Particolare del cranio della Macchina Anatomica femminile

Storia: Scopo realizzativo
La realizzazione dei modelli fu commissionata da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, ad un anatomista palermitano, tale Giuseppe Salerno, intorno al 1763. La leggenda popolare raccontava che nella realizzazione fosse intervenuto direttamente il Principe, tesi questa smentita da recenti studi.

Le due bacheche con le Macchine anatomiche
Essi furono descritti con dovizia di particolari per la prima volta nella Breve Nota, una guida settecentesca al palazzo di Sangro e all'adiacente cappella, che riporta l'esistenza anche del "corpicciuolo d'un feto" con tanto di placenta. Questa terza macchina e' rimasta esposta fino agli ultimi decenni del XX secolo, quando fu rubata. I modelli si trovavano inizialmente nel cosiddetto "appartamento della fenice" del Palazzo di Sangro, e furono portati nella Cavea della cappella solo anni dopo la morte di Raimondo. Nella loro originaria collocazione nel 1775 furono viste e apprezzate anche dal marchese De Sade.
L'eccezionale realizzazione del sistema circolatorio artificiale dei modelli ha alimentato la credenza popolare secondo cui i due corpi sarebbero stati il risultato di esperimenti alchemici condotti dal Principe di Sansevero su due servi ancora in vita. La leggenda, citata gia' nella guida settecentesca e tramandata tra gli altri anche da Benedetto Croce, le macchine sarebbero state realizzate direttamente dal Principe che avrebbe usato per i suoi esperimenti due servi iniettando nei loro corpi una sostanza di sua invenzione, probabilmente a base di mercurio, che avrebbe trasformato il sangue in metallo e cosi' salvaguardato il circuito sanguigno.

Volto dello studio anatomico di sesso maschile
<< [...] fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene. >>
(dal libro di Benedetto Croce, Scritti di storia letteraria e politica)
Al contrario, secondo un saggio di Sergio Attanasio, docente di storia dell'architettura, il principe di Sangro non sarebbe direttamente intervenuto nella realizzazione dei due corpi, ma li avrebbe acquistati da Giuseppe Salerno quando erano gia' completati.
Nel 2008 i ricercatori dell'University College London hanno ricevuto l'autorizzazione da parte degli attuali proprietari della cappella ad eseguire esami scientifici sui due modelli; da tali studi e' emerso che gli scheletri sono effettivamente umani, ma i sistemi circolatori sono completamente artificiali e costituiti da filo metallico, cera colorata e fibre di seta con tecniche artigianali comunemente utilizzate dagli studiosi di anatomia dell'epoca. Nessuna prova e' emersa a sostegno della leggenda popolare, avvalorata anche dal testo della Breve Nota, secondo la quale nel sistema circolatorio dei due corpi sarebbero state iniettate sostanze chimiche per l'imbalsamazione. Sempre secondo questi ricercatori vi sarebbero alcuni piccoli errori nella riproduzione del circuito sanguigno e nessuna persona sarebbe stata in grado di vivere se avesse presentato tali malformazioni fisiche.
Nel febbraio del 2014 un gruppo di medici dell'Ospedale San Gennaro di Napoli ha eseguito un altro esame sulle macchine anatomiche. Anche dai loro esami e' emerso il fatto che lo scheletro e' autentico e che il sistema circolatorio e' fittizio, ma hanno anche smentito i colleghi inglesi asserendo che le anomalie presenti nel circuito sanguigno siano in realta' compatibili con la vita e che il sistema coronarico sia stato riprodotto con grande maestria, benche' all'epoca la sua conoscenza fosse ridotta.

Descrizione
I due scheletri sono conservati nella << cavea sotterranea >> della Cappella Sansevero, all'interno di teche di vetro. I due teschi sono stati segati e mantenuti chiusi con cerniere metalliche per poter essere aperti all'occorrenza e osservati internamente. Il bacino dello scheletro femminile presenta lesioni compatibili con traumi da parto, non escludendo quindi che la donna fosse deceduta durante il travaglio. La rete dei vasi sanguigni ricopre interamente gli scheletri con dovizia di particolari. Le vene e le arterie sono state realizzate con cere colorate, fili di ferro e fibre di seta. Le ossa sono ancorate ai rispettivi scheletri con chiodi, perni e fili metallici; molte di esse appaiono fuori posto.
Ai piedi del corpo della donna, era conservato un feto che, a detta dello stesso Raimondo di Sangro, era il frutto di un parto sfortunato durante il quale era deceduta anche la puerpera. Il corpicino era stato predisposto con eccezionale bravura ed esposto con i resti della placenta e del cordone ombelicale. Oggi il feto non e' piu' visibile, trafugato da ignoti negli anni '90.

Scopo dell'installazione
Al di la' delle fantasie popolari, il fatto che in origine il corpo della donna si trovasse al centro di una pedana che permetteva la sua osservazione da tutte le angolazioni, fa supporre che i due modelli siano stati realizzati artificialmente al fine, oltre che di stupire gli osservatori, di costituire un ausilio didattico per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza dell'apparato circolatorio umano. Un contratto conservato nell'archivio notarile di Napoli testimonierebbe come Raimondo di Sangro si fosse impegnato a fornire al dottor Salerno il filo di ferro e la cera necessari al lavoro.

La Massoneria a Napoli
Fasi del rituale di iniziazione a Maestro Massone
Un sicuro insediamento della massoneria a Napoli, a parte un precedente non del tutto certo del 1728 (relativo ad una loggia denominata Perfetta Unione), puo' esser fatto risalire al 1749, ad iniziativa di un mercante di seta francese, tale Louis Larnage, fondatore di una loggia alla quale aderirono diversi ufficiali e numerosi nobili. Dalla loggia originaria si distacco' un gruppo, guidato dallo stesso Larnage, che costitui' un'altra loggia di piu' modesta fisionomia sociale. Nel luglio del 1750, per iniziativa dello Zelaia, Raimondo di Sangro principe di San Severo fu eletto gran maestro della embrionale libera muratoria napoletana e dette rapidamente mano ad una notevole espansione della confraternita.La pubblicazione, avvenuta il 28 maggio 1751, della Bolla Providas Romanorum Pontificum emanata da Papa Benedetto XIV per ribadire la condanna pontificia del 1738, indusse Carlo VII di Borbone (poi Carlo III, come re di Spagna) alla promulgazione di un editto (10 luglio 1751) che proibiva la Libera Muratoria nel regno di Napoli. Avendo avuto sentore della tempesta che stava per abbattersi sulla neonata massoneria napoletana, fin dal 26 dicembre 1750 il principe di San Severo aveva minutamente informato il re sulla esatta realta' dell'organizzazione da lui presieduta e, con altrettanta tempestivita', il 1° agosto 1751 invio' al Papa un'abilissima lettera di ritrattazione. Le proteste di lealismo politico-religioso del San Severo valsero a limitare le sanzioni contro i liberi muratori napoletani, che si ridussero per la stragrande maggioranza di essi a una solenne ammonizione giudiziaria.Nel 1763, divenuto re di Spagna fin dal 1759 Carlo VII e regnante sotto la tutela del toscano ministro Bernardo Tanucci l'ancora minore suo figliolo Ferdinando IV, il gran maestro aggiunto della G. L. Nazionale d'Olanda Franc Van der Goes concesse una patente provvisoria di fondazione per una loggia sotto la denominazione di Les Zele's. La patente definitiva venne rilasciata dalla G. L. Nazionale di Olanda il 10 agosto 1763 e ad essa il 10 marzo 1764 fece seguito un'altra patente, che promuoveva la loggia Les Zele's al rango di Gran Loggia Provinciale per il regno di Napoli.Tra il 1766 ed il 1767 un gruppo di fratelli, guidato dall'abate Kiliano Caracciolo, creo' una loggia dissidente sotto la denominazione di La Bien Choisie, ottenendo il 26 aprile 1769 una patente di fondazione dalla G. L. d'Inghilterra (Moderns), la quale in pari tempo (7 marzo 1769) aveva altresi' rilasciato un'altra patente per una loggia, la Perfect Union n. 368, la quale fu investita del rango di Gran Loggia Provinciale, con a capo il duca di San Demetrio e della Rocca, sostituito nel 1773 da Francesco d'Aquino principe di Caramanico.Nel 1775 il principe di Caramanico proclamo' la nascita di una G. L. Nazionale Lo Zelo, ovviamente indipendente dalla G. L. d'Inghilterra, che reagi' affidando al duca di San Demetrio e della Rocca il compito di ricostituire una Gran Loggia Provinciale.

re Ferdinando IV e Bernardo Tanucci
Re Ferdinando IV e Bernardo Tanucci persecutori della Massoneria Napoletana Ferdinando IV il 12 settembre 1775 firmava un nuovo editto contro la massoneria, a conferma di quello del 1751. Il 1° gennaio 1776 il ministro Bernardo Tanucci ordino' una perquisizione e nelle mani della polizia rimasero alcuni borghesi, tra i quali il professore di matematica Felice Piccinini ed il grecista Pasquale Baffi, membri della G. L. Provinciale “inglese". I lavori massonici furono ufficialmente sospesi e il gran maestro principe di Caramanico fu costretto a una pubblica abiura. Ma il processo agli arrestati, grazie alle pressioni esercitate sulla Regina Maria Carolina dallo stesso principe di Caramanico e da Diego Naselli, si concluse con la loro liberazione e con l'inaspettato pensionamento del ministro Tanucci.Nel giugno 1776 i membri della G. L. Nazionale elessero Diego Naselli gran maestro. Nel 1777 quest'ultimo aderi' al Rito della Stretta Osservanza Templare, coinvolgendovi per intero la G. L. Nazionale. Nel 1779, a seguito degli sviluppi verificatisi in seno al Regime della Stretta Osservanza mediante il Convento di Lione e la riforma elaborata dal Willermoz con la trasformazione del Regime medesimo in quello Scozzese Rettificato, il Naselli e la sua Gran Loggia Nazionale aderirono alla riforma. Dal 1783, a causa della forzata rinunzia da parte del conte di Bernezzo, il Naselli assunse anche la carica di gran maestro provinciale.Nel frattempo continuava pur sempre a sopravvivere la Gran Loggia Provinciale “inglese" diretta dal duca di San Demetrio, tra i cui aderenti si devono ricordare, oltre al gia' citato Pasquale Baffi, il giurista Mario Pagano, l'ammiraglio Francesco Caracciolo, il medico Domenico Cirillo, l'ufficiale Giuseppe Albanese. Nel 1784, nel piedilista dell'aristocratica loggia La Vittoria, alle dipendenze del Rito Scozzese Rettificato, troviamo anche il poeta Aurelio Berto'la de Giorgi ed il conte Vittorio Alfieri, iniziato probabilmente tra il 1774 ed il 1775. Alle soglie della rivoluzione francese, tuttavia, la G. L. Nazionale era in piena regressione numerica. Il 3 novembre 1789 Ferdinando IV rinnovo' la proibizione delle attivita' massoniche ed il gran maestro Naselli dette ordine alle logge di sospendere i propri lavori.
e' certo che i nascenti clubs giacobini, che avrebbero entusiasticamente sostenuto la repubblica partenopea, reclutarono a preferenza tra i fratelli massoni. Molte delle vittime della restaurazione borbonica, in effetti, erano transitate nelle logge della G. L. Nazionale od in quelle della G. L. Provinciale inglese.
Fonte GOI